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è possibile









 



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15 giugno 2005


Time out. La politica è un'altra cosa.

Ma secondo voi, questi soggetti qui, la smetteranno prima o poi di parlare dei referendum?




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14 giugno 2005


Postumi. Polito e la post-democrazia

La settimana appena passata ci consegna le ceneri di quel caposaldo della democrazia rappresentativa che è l'autonomia della politica. O del politico, se volete, inteso come categoria e come individuo. Forze extra-democratiche, estranee cioè al gioco del consenso, non investite del carisma della sovranità popolare, irresponsabili nel senso inglese del termine (cioè non accountable, perché non rispondono del proprio comportamento davanti al corpo elettorale), hanno preso il sopravvento, dettato il corso degli eventi, ordinato alla politica di tacere o di parlare, a seconda delle convenienze. Ruini ha detto di tacere, e che silenzi ha ottenuto. Il grande silenzio organizzato dell'astensione, che si incista su una debolezza della democrazia, l'apatia, per farsene beffe. Ricucci ha indotto invece la politica a parlare, a «mettersi la maglia», secondo l'invito calcistico di Della Valle, rinunciando perfino alla finzione del ruolo di arbitro, che solo le compete in una guerra di mercato.
Del silenzio sulla fecondazione, dice tutto quello scrupolosamente osservato da Berlusconi e da Prodi, stupefacente mentre milioni di italiani, loro passati e futuri elettori, sono chiamati dalla politica a parlare. Aggiungiamo solo la nostra adesione allo sconcerto di Mario Pirani, espresso su Repubblica: «In questa drammatica torsione della democrazia non stupisce il silenzio di Berlusconi. Addolora e meraviglia oltre ogni dire quello di Romano Prodi». Del vociferare scomposto su banche e aziende, dice tutto lo spettacolo che va in scena ogni giorno sui giornali: la politica che parteggia, di qua o di là, per il profitto di questo o di quello, per il potere economico che ritiene più amico.
L'autonomia della politica non è l'arroganza di un'auto blu, di una sirena spiegata, di un codazzo di clientes. E' il cardine di una delle più grandi rivoluzioni della storia dell'umanità, quella che nello scorcio di un secolo portò gli inglesi, gli americani e i francesi a prendere il potere nelle loro mani. Si chiamò democrazia in omaggio all'età classica delle «polis», e voleva dire potere al popolo. Si attuò, con alterni risultati, attraverso forme di delega diretta o indiretta del potere del popolo ai rappresentanti del popolo, cioè alla politica. Aprì l'era moderna, riducendo in una condizione ancillare i grandi poteri non democratici che avevano fin lì governato la vita degli uomini: la Chiesa e l'Aristocrazia. Quando il popolo parlava, era la Nazione. E nessuno può tener testa alla Nazione. E' un'idea così forte che perfino i recenti fallimenti dell'idea-Europa ne segnalano l'ostinata resistenza: i popoli, almeno quelli degni di questo nome, non cedono la loro sovranità tanto facilmente.
L'Italia è un caso-scuola della crisi profonda e moderna di questa forma di governo nell'Occidente. Siamo ormai già un paese post-democratico, da quando, una quindicina di anni fa, i partiti di massa si sciolsero nella fornace di un altro '89. Perfino la forma verbale ce lo dice. Oggi chiamiamo Istituzione la Chiesa, e chiamiamo Istituzione il consiglio di amministrazione della Rcs, e chiamiamo Istituzione la Banca d'Italia. Di tutte e tre le Istituzioni veneriamo l'immutabilità, la tradizione, l'intangibilità: in una parola la regalità. Governatore e Papa sono tali a vita. E l'establishment pure, almeno fino all'affermarsi del prossimo, che sarà ugualmente considerato intangibile.
La politica è debole, condizionata, ricattata. E dunque obbedisce, tacendo o parlando a comando. La politica sa di non rappresentare il popolo (che è pronto a farsi Forza Italia, o Forza Prodi, o domani, chissà, Forza Montezemolo, accogliendo ogni appello all'anti-politica). La politica sa di trarre la sua residua forza dal favore dei poteri extra-politici, e si comporta di conseguenza. Qualcuno avrà trovato curiosa la sintonia di questi giorni tra Fassino e Fini, ai due antipodi in Parlamento, sul referendum. Tanto curiosa non è: sono entrambi figli della prima Repubblica, del tempo dell'autonomia della politica, e del Leviatano di Hobbes. Pensano ancora, poveri illusi, che il Sovrano abbia il monopolio del potere, e che il popolo sia il Sovrano. Così non è più in questa post-democrazia, dove comandano le lobby e i media, ognuno padrone nel suo feudo, e il Parlamento non è più il luogo della sovranità.
Per questo la settimana che si è appena chiusa segna (o almeno simbolizza) un regresso molto grave della forma demo-cratica, icasticamente espresso nell'invito a deporre l'arma del voto. Di fronte a queste spoliazioni, i popoli reagiscono di solito in due modi: o con una silente acquiescenza o con un sussulto rivoluzionario. Il raggiungimento del quorum al referendum, nelle condizioni dell'Italia di oggi, equivarrebbe a una rivoluzione. Per questo è impossibile.

                                                                     Antonio Polito
Da Il Riformista del 13 giugno




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14 giugno 2005


Esiti 4. Una Loggia per le mammane

''Sulla 194 si può cominciare ad aprire una riflessione perche' l'Italia di oggi si è dimostrata diversa da quella di ieri, piu' attenta ai valori della tradizione cattolica''. Enrico La Loggia, Ministro per gli Affari regionali




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