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Riformista,
laica, libertaria.
Un'altra sinistra
è possibile









 



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9 giugno 2005


Deuil. Perché sia sempre Colajanni

Si è spento martedì a Roma Napoleone Colajanni. 79 anni vissuti intensamente, su quelle barricate che i riformisti del Pci dovevano abituarsi a frequentare, e dalle quali alcuni non sono ancora scesi. Con Colajanni se ne va una delle figure più belle della sinistra italiana del Novecento. Un riformista vero, che non ha mai lasciato passare sotto silenzio le alterne vicende di cui la storia grande e terribile del Pci fu costellata.
"Tutte le idee, in politica, hanno pari dignità", diceva sempre. "Non dobbiamo avere alcuna paura del capitalismo", scrisse nel 1968. E' morto come aveva vissuto, con il sogno di un grande partito riformista nel solco della socialdemocrazia europea. Con Macaluso, con cui ha diviso grandi momenti pubblici ed infiniti spaccati nel privato, aveva condiviso anche la passione per i viaggi.
Nel 1988, quando il Pci elegge Occhetto, il suo addio ai comunisti, in aperto dissenso con una linea di 'transizione' troppo morbida. Ha preso la sua roulotte e l'ha guidata fino alla Finlandia, dove è rimasto per mesi, a scrivere articoli, saggi, memorie.

Immaginiamolo lì, in questo suo ultimo viaggio. Nel paradiso dei socialdemocratici, in Scandinavia o in qualunque parte dell'immaginario di ciascuno di noi dove la vita va meglio, le disparità sono livellate e il dissenso e la dissonanza non sono additate come la peste.




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8 giugno 2005


Ouverture. Con Fini, senza confini

Sorprendente Fini. L'ennesimo strappo del presidente di An si ispira ad una concezione che rispetta il pluralismo e fa proprio il principio di tolleranza. Così Fini si iscrive alle correnti del cattolicesimo liberale che considerano fondamentale la laicità dello Stato. Purtroppo altri, proni all'inginocchiatoio dei voti centristi in libera uscita, sono diventati adepti di un cattolicesimo integralista.

Qui lo dico e qui lo nego: se la politica fosse un calciomercato, venderei Cicciobello per acquistare Gianfranco. Faccia lui il leader di uno schieramento liberaldemocratico di centro, ne ha tutta la stoffa.




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8 giugno 2005


Eventi. Serate riformiste, non facciamo gli indiani

Della serata referendaria di ieri si potrebbero dire molte cose. Che la Dandini e Santoro sarebbero due mattatori televisivi di prim'ordine, in un paese normale, e non due clandestini in braghe di tela. Che Del Pennino, Pri, ha dichiarato "in questa maggioranza non esiste dialogo, non esiste dibattito, ma c'é un solo padrone cui obbedire", e che Del Pennino siede sui banchi della maggioranza e non è un editorialista de L'Unità. Che Cinzia Dato è una pasionaria senza parogoni, che sa trascinare le platee come nessun'altra, ragionando da donna laica e riformista. E che nessuno ha capito come si trovi ancora nella Margherita. Che Daniele Capezzone è proprio bravo. Non per le cose che dice oggi. Perché le cose che in tanti dicono oggi sono esattamente quelle che diceva lui, da solo, tre anni fa.

Si potrebbe raccontare questo spaccato, in quattro ore di diretta televisiva trasmessa dall'eroismo di una emittente che promette grandi cose.

Ne hanno ragionato ieri, mentre fuori infuriava un ciclone impressionante, i commensali del Little India, uno dei centrotredici ristorantini etnici di piazza Vittorio a Roma. Alcestis, Galileo, Elifsu, il cubista Reuters e, oltre al sottoscritto, metà dell'ufficio stampa della Quercia. Dieci in tutto.

E allora ecco cosa si potrebbe raccontare, di ieri sera. Arriva il conto, faccio la divisione e raccolgo da ciascuno, con la faccia da croupier che mi ritrovo. Chi ha mangiato di meno, paga di meno. Chi ha bevuto di più, paga un euro in più. In trenta secondi netti i conti tornano e si consegnano i soldi, prontacassa.

"Non capita mai questa precisione nei conti", commentavano sorpresi i nostri ospiti indiani, incassando.
"Questo è il centrosinistra", abbiamo risposto in coro.
Peccato solo che gli indiani non votino. E che chi potrebbe votare, ad esempio per i referendum, decida talvolta di fare l'indiano.




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